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Il piano Volkswagen mette nel mirino Ducati e Lamborghini
La crisi della Volkswagen e le misure draconiane per arginarla paventate dal top management di Wolfsburg rischiano di provocare gravi conseguenze anche in Italia. L’obiettivo del gigante tedesco, segnato dal crollo delle vendite in Cina dentro una crisi mondiale dell’automotive e dal dimezzamento del valore del titolo in Borsa, passa, neanche a dirlo, attraverso la chiusura di stabilimenti (4 in Germania tra VW e Audi), il licenziamento di 100mila dipendenti su un totale di 657mila e la vendita di marchi e asset persino strategici per far cassa, tamponare i problemi economici e fare nuovi investimenti per reggere alla concorrenza, soprattutto cinese. Collocata in borsa la Porsche, venduto per 7,4 miliardi di dollari a un fondo USA la Everllence, fatta ventilare l’ipotesi di vendita del marchio statunitense Scout, annunciata la fine della partnership con Bosch, sotto la scure dei risanatori tedeschi rischiano di finire due eccellenze italiane, Ducati e Lamborghini, la moto dei primati di Pecco Bagnaia e Marc Marquez messa direttamente in vendita e Lamborghini quotata in borsa. Si tratta di due marchi che negli ultimi anni hanno fatto registrare record di fatturati. Ducati e Lamborghini hanno stabilimenti fortemente sindacalizzati nell’area bolognese e finora hanno rappresentato una meritoria eccezione nelle relazioni sindacali in Italia nel settore metalmeccanico e dell’automotive. Contrapposto al modello Fiat (poi FCA e infine Stellantis), autoritario e da sempre impegnato a far fuori il sindacato più rappresentativo, la FIOM, il modello renano della Volkswagen basato sulla cogestione ha prodotto accordi d’eccellenza su salari, orari, premi e welfare aziendale. La settimana corta e le riduzioni d’orario a parità di salario hanno aumentato la produttività e migliorato la qualità del lavoro e dei prodotti sfatando frusti luoghi comuni incentrati sui decantati miracoli garantiti dall’aumento dei ritmi, dello sfruttamento del lavoro e dalla delocalizzazione della produzione in Paesi dove salari e diritti valgono ancor meno che in Italia. Una logica che non può che produrre impoverimento, dumping e conflitto. L’opposto del modello renano, almeno finora. Già nel 2017, appena 5 anni dopo l’acquisto della Lamborghini da parte di Audi (VW) c’era stato un tentativo di vendita a Benetton. Lamborghini nasce come fabbrica di trattori e si narra che in seguito a una lite con Enzo Ferrari il proprietario decise di lanciarsi nella produzione automobilistica di lusso per ripicca contro l’arroganza del Cavallino rosso. Nel 1987 il marchio fu venduto alla Chrysler e successivamente finì in mano agli indonesiani, fino all’acquisto da parte di Audi e alle minacce attuali. Il piano di risanamento del gigante tedesco rappresenta il tentativo di spazzar via il modello partecipativo tedesco, ma rischia di restare un sogno dato che le decisioni devono essere approvate e varate dal Consiglio di sorveglianza che ha una presenza paritaria del sindacato, la IG Metall, nettamente contraria ai tagli che violerebbero gli accordi del 2024 precedentemente sanciti dallo stesso Consiglio di sorveglianza e che prevedevano una riduzione degli organici di “sole” 30mila unità. Nel Consiglio ci sono due rappresentanti del Land della Bassa Sassonia (presente con una quota nella proprietà) schierati con il sindacato contro le pretese padronali che finirebbero in minoranza. Le minacce ai due marchi italiani si inseriscono in un quadro economico e sociale drammatico. Solo nel settore metalmeccanico negli ultimi anni si sono persi 100mila posti di lavoro nella siderurgia, negli elettrodomestici e in particolare nell’auto e in prospettiva altri 138mila sono a rischio. Nell’auto la componentistica italiana – settore storicamente d’eccellenza – paga la crisi tedesca che si somma alla débâcle produttiva della Stellantis e alla mancanza di investimenti nella riconversione ecologica delle 4 (e 2) ruote. La IG Metall ha battuto un colpo a difesa dell’occupazione, ma soprattutto quella tedesca. Al tempo stesso il sindacato tedesco non si è dimostrato contrario al processo di riconversione produttiva voluta dal governo di Berlino dall’automobile al militare, una posizione nettamente contestata dalla FIOM. La partita è appena iniziata, l’esito quanto mai incerto.
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