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La sicurezza stradale che non porta consenso

24/06/2026 · NewsArticle 🕐 🆕 🇮🇹 ⚠️
Nonostante le cronache più recenti, gli incidenti stradali mortali, in Italia, appaiono comunque ancora in diminuzione. Le statistiche sono importanti. Ma fino a un certo punto. Perché dietro ogni numero ci sono persone. Famiglie. Vite spezzate. E finché sulle nostre strade continueranno a morire tra le 3 e le 4 mila persone all’anno e decine di migliaia resteranno ferite, nessuno potrà mai dirsi soddisfatto. Le tragedie della strada non potranno mai essere azzerate. Ma possono essere ridotte molto più di quanto accada oggi. In questi giorni, segnati dall’ennesima sequenza di tragedie, abbiamo ospitato in prima pagina due lettere di Patrizia Ramponi, consigliere nazionale dell’Associazione italiana familiari e vittime della strada. Non è la prima volta. Da anni Patrizia affida alle pagine del nostro giornale il suo dolore trasformato in una battaglia civile. Tutto è iniziato il 9 luglio 2009, quando suo figlio Andrea, appena diciottenne, perse la vita, da innocente, in un incidente stradale a Passignano sul Trasimeno. Da allora il suo messaggio non è mai cambiato. Cambiano i governi, cambiano i ministri, cambiano le maggioranze, ma il suo appello resta sempre lo stesso. Colpisce chi lo legge, suscita emozione, alimenta il dibattito per qualche giorno. Poi, puntualmente, viene dimenticato. Fino alla tragedia successiva. Eppure, mentre il suo impegno e quello di tante altre famiglie continua senza sosta, nel frattempo è successo qualcosa che dovrebbe far riflettere. Oggi guidiamo le automobili più sicure della storia. Frenata automatica d’emergenza; assistenza al mantenimento della corsia; sistemi elettronici capaci di prevenire errori che fino a pochi anni fa sembravano inevitabili. Eppure continuiamo a pagare un tributo di sangue inaccettabile. E, addirittura, a volte, si arriva all’assurdo. Perché chi si affida con fiducia a questi sistemi rischia di diventare pericoloso perfino per se stesso, oltre che per gli altri, anche solo perché l’elettronica ti fa rispettare pedissequamente i limiti di velocità e le distanze di sicurezza, mentre la maggioranza degli altri automobilisti, in Italia, non lo fa. Il problema, allora, è soprattutto culturale. Troppi utenti della strada (automobilisti, motociclisti, ciclisti, conducenti di monopattini e di qualsiasi altro veicolo) ignorano o sottovalutano le regole più elementari della circolazione. Limiti di velocità; precedenze; divieti di sorpasso; distanza di sicurezza; uso del telefono cellulare. Norme che non limitano la libertà di nessuno. Servono semplicemente a salvare vite. La sicurezza stradale nasce molto prima delle sanzioni. Si insegna a scuola, si trasmette in famiglia, si consolida con campagne permanenti di educazione e prevenzione. Ma si difende anche con controlli realmente efficaci, con l’applicazione rigorosa delle norme esistenti e con una manutenzione delle infrastrutture che troppo spesso continua a lasciare a desiderare. Perché anche una buca, una segnaletica sbagliata o un guardrail inadeguato possono trasformarsi in una condanna. Non occorrono nuove leggi. Né pene sempre più severe. Occorre applicare quelle che già esistono. Farle rispettare. Sempre. E’ da qui che bisogna ripartire. Perché ogni vita salvata non migliora una statistica. Evita una tragedia. La verità, però, è anche un’altra. La sicurezza stradale, in Italia, esattamente come una seria lotta all’evasione fiscale (altro grande problema del nostro Paese), non porta consensi, tantomeno voti. E’ un tema che impone controlli, rigore, investimenti e anche qualche inevitabile impopolarità. Per questo la politica se ne occupa quasi sempre dopo una tragedia e quasi mai prima. Quando i riflettori si spengono, si spengono anche le promesse. E sulle nostre strade tutto ricomincia come prima. Fino al prossimo ragazzo, al prossimo uomo o alla prossima donna che non tornerà a casa.
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