www.miracubi.it
Carlo Ginzburg. Alla ricerca dell'inatteso
Quello che colpiva quasi immediatamente in Carlo Ginzburg, appena si sono anche soltanto spulciate le prime pagine di un suo saggio o, ancora più incisivo, si è avuto il privilegio di assistere ad una delle sue lezioni, è che dopo esser partito da un quesito iniziale, apparentemente ordinario, la sua mente spiccava il volo verso una “catena sbalorditiva di problemi” che incalzavano la sua inquietudine intellettuale e lo portarono ad una ricerca instancabile in tutte le direzioni dello scibile, a 360º, senza “rispettare” i confini imposti dall’accademia. Nelle sue endoscopie della cultura europea Ginzburg partiva da Pascal per approdare a Picasso, ritornava attraverso Nietzsche alla Retorica Aristotelica per risalire attraverso Lorenzo Valla e Mabillon, Proust e Flaubert allo scetticismo storiografico postmoderno nel seno dello destrutturalismo francese e della così detta "svolta linguistica", selezionava i costumi insorti con il consumo di tabacco così come i dilemmi etici intorno al negazionismo della Shoah. Eppure, non sembrava che gli pesasse tanta erudzione. Pressato da un interlocutore che gli chiedeva i segreti della sua produttività spaventosa, il professore di Bologna rispondeva, inarcando, come era solito fare, le sopracciglia: “Mi piace sciare nella neve intonsa”.
Le sue navigazioni per l’oceano della “storia” non si limitavano a sfruttare il vento in poppa, ma le coordinate di passato e presente diedero il via a esplorazioni a ritroso e controvento che erano in linea con una deontologia dello storico che si rifaceva ad un anedotto, raccontato da Walter Benjamin, esiliato, assieme al suo compagno di scacchi Bertolt Brecht, in Danimarca. Secondo il filosofo berlinese Brecht, durante una delle partite avrebbe detto: “Non dobbiamo partire dalle buone cose vecchie, ma da quelle brutte nuove.” Lo storico e uomo Carlo Ginzburg, anche in virtù del proprio vissuto, intese il suo lavoro come testimonianza di una coscienza storica che, sia che essa indagasse il passato, si che agisse nel presente per poi cercare risposte nel passato, leggeva gli “archivi della repressione affinché si potesse recuperare le voci delle vittime”, siano esse i custodi di culture diverse da quelle del potere, come i “benandanti”, Chiara Signorini nel ‘500, o il nobile indigeno della Marianne Hurao, o l’ex redattore di Lotta Continua Adriano Sofri. Nello stesso tempo abboriva e mise in guardia contro l’abbraccio facile di un “populismo con i suoi simboli rovesciati” in cui “l’unico discorso che costituisce una radicale alternativa alle bugie della società costituita è presentato dalle vittime dell’esclusione sociale”. Ammonimento più che mai valido di fronte alla nuova ondata di demagogi intenti a “correggere” la storia.
Ginzburg ricordava che il concetto stesso della “realtà” (e quindi dell’essere “realistico”) fosse estremamente sottile e che spettasse allo storico perforarlo ogni qualvolta che la logica collaborazionista vi si affidasse con troppa facilità. Egli definì una volta il suo mestiere “la scienza del vissuto”. La formula è vera in un senso che lui stesso non intendeva: egli scrisse storie che avvicinavano i suoi lettori alla vita, che li dovevano spingere al desiderio di essere più presenti, più vivi nel nostro mondo, un mondo con tutte le sue mirabili, frustranti e misteriose trivialità (David Gutherz).
Leggi l'articolo su www.miracubi.it