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Elogio del ciarlatano
Di premi ce ne sono fin troppi. Letterari, scientifici, artistici, sportivi. Premi alla carriera, all’eccellenza, al talento. Tutto bello. Ma proprio per questo, per distinguersi, bisogna inventarsi qualcosa che non assomigli a tutto il resto. E allora ben venga il premio Il ciarlatano dell’anno, istituito quest’anno nell’ambito del Festival del ciarlatano che si svolge a Cerreto di Spoleto già dal 2013 e del quale ha scritto ieri la nostra Sabrina Busiri Vici. L’idea è di Roberto Mattioli, vulcanico conduttore radiotelevisivo legatissimo a Cerreto, paese d’origine della sua famiglia. E sembra quasi uno scherzo. Invece contiene un’intuizione culturale niente male che il sindaco Giandomenico Montesi e l’amministrazione comunale hanno subito abbracciato: prendere una parola che per secoli i cerretani hanno probabilmente sopportato più che rivendicato, liberarla dall’insulto e trasformarla in un titolo di merito. Perché il ciarlatano che conosciamo millanta capacità inesistenti, promette miracoli e vende fumo. Di questi non occorre cercare gli eredi: ne circolano già abbastanza. Il ciarlatano dell’anno di Mattioli è il contrario. E’ uno che le qualità le possiede davvero ma ha il pregio di non prendersi troppo sul serio. Sa sorridere, soprattutto di se stesso. Usa l’ironia contro la retorica, il sarcasmo per sgonfiare i palloni gonfiati, il paradosso per dire una verità fingendo magari di raccontare il contrario. Insomma, un ciarlatano per bene. E tutto questo accade nel posto giusto. Perché la parola “ciarlatano” ha un debito linguistico proprio con Cerreto di Spoleto. Dal “cerretano”, il questuante e venditore ambulante proveniente da queste terre, si arrivò nel tempo al termine che conosciamo oggi. Quegli uomini percorrevano città e campagne vendendo unguenti e rimedi, talvolta promettendo guarigioni prodigiose. Ma dovevano conquistare la piazza: raccontavano, recitavano, facevano giochi di prestigio, trasformavano l’imbonimento in spettacolo. Qualcuno avrà venduto buoni rimedi. Qualcun altro acqua fresca. E qualcuno, probabilmente, acqua fresca a prezzo carissimo. Ma avevano capito con secoli d’anticipo una regola fondamentale del marketing: prima del prodotto bisogna conquistare il pubblico. Altro che influencer. La loro fama fu tale che il nome del piccolo borgo umbro entrò nella lingua italiana. Oggi Cerreto ospita persino un Museo del ciarlatano. Perché allora vergognarsi di quel passato anziché trasformarlo in patrimonio? Tanto più che siamo nel cuore di una Valnerina sospesa fra realtà e mistero. Boschi, gole, eremi e abbazie hanno alimentato leggende, conoscenze sulle erbe e credenze popolari. Una sorta di alchimia valnerinese dove natura, fede, esperienza e magìa hanno spesso abitato territori confinanti. E qui la storia regala un paradosso affascinante. A poca distanza dalla Cerreto degli unguenti e delle promesse miracolose, Preci e Sant’Eutizio furono, fin dal ’200, la culla di una straordinaria tradizione chirurgica. I chirurghi preciani acquisirono fama ben oltre l’Umbria, anche per interventi delicatissimi per l’epoca, come quelli sulla cataratta e sulle ernie. Da una parte chi prometteva miracoli. Dall’altra chi imparava davvero a curare. Nel mezzo conoscenze, abilità, intuizioni, credenze e certamente qualche solenne fregatura. Questa era la Valnerina. Ed è per questo che, fra i tanti premi e le tante rievocazioni dell’Umbria, quello di Cerreto assume un significato particolare. Non si limita a rivestire il passato con costumi antichi. Fa qualcosa di più intelligente: prende la storia e la rovescia. Non cerca il ciarlatano di ieri. Premia quello di oggi. Ma quello buono. E non poteva esserci scelta migliore per l’anno zero che dedicarlo, nel centenario della nascita, a Dario Fo. Un premio, che verrà consegnato alla Fondazione Fo Rame, dedicato a un uomo che si definiva giullare mentre diventava uno dei maggiori artisti del Novecento, fino al Nobel per la Letteratura. Fo diceva: “La risata liberatoria sta nello scoprire che il contrario sta in piedi meglio del luogo comune”. Ecco spiegato il premio: prendere il luogo comune del ciarlatano imbroglione e capovolgerlo. Premiare chi possiede qualità autentiche ma non sente il bisogno di ostentarle; chi attraverso il paradosso racconta la realtà meglio di tanti serissimi dispensatori di verità. C’è allora un filo che unisce il vecchio cerretano salito sullo sgabello per conquistare la piazza a Dario Fo che trasformò quella libertà in grande teatro e a Roberto Mattioli, che ha avuto l’intuizione di riportare tutto dove una parte di questa storia era cominciata. Così Cerreto può finalmente essere orgogliosa persino della propria ciarlatanità. Non cancellando la storia, ma giocandoci. Semmai il problema verrà dalle prossime edizioni: trovare ogni anno un ciarlatano non solo degno del premio, ma anche capace di comprenderne il reale valore e accettarlo come sicuramente avrebbe fatto Dario Fo se fosse stato ancora in vita. Perché di quelli che vendono
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