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Il Parlamento affossa i controlli sulla parità salariale
C’è chi sostiene che, in certi momenti, il mondo della politica sembri muoversi su binari diversi da quelli della popolazione o, per estensione, su binari diversi da quelli della realtà. Ebbene, nonostante le maggioranze siano insindacabile frutto della volontà popolare, oggi sembrerebbe essere proprio uno di quei momenti: mentre fioriscono studi che dimostrano come la discriminazione salariale tra donne e uomini continui a essere ancora radicata nel mondo del lavoro svizzero, le Camere federali hanno preso due decisioni che rischiano di indebolire ulteriormente gli strumenti di controllo esistenti per arginare il fenomeno.Ieri, martedì, il Consiglio degli Stati ha deciso di non dare seguito a un’iniziativa parlamentare della deputata dei Verdi Maya Graf che chiedeva di prorogare oltre il 2032 l'obbligo per le aziende di effettuare le analisi della parità salariale. Oggi, mercoledì, la stessa Camera ha invece approvato (dopo il Nazionale a inizio maggio) la mozione del liberale radicale Peter Schilliger, che vuole limitare i criteri presi in analisi per verificare l'esistenza di discriminazioni salariali. Scelte, queste, che hanno suscitato la dura reazione dell'Unione sindacale svizzera, che oggi, in un comunicato, parla di “segnale politico disastroso” e accusa la politica di avere “deliberatamente scelto di indebolire” gli strumenti esistenti. Un assalto a controlli già insufficienti A pochi giorni dall'anniversario dei 30 anni dall’introduzione della Legge sulla parità (LPar) – che vieta qualsiasi discriminazione, inclusa ovviamente quella salariale, in ambito professionale –, le due decisioni giungono mentre l'efficacia della legislazione vigente viene (come già da tempo) fortemente messa in discussione. La LPar è stata modificata nel 2020, introducendo per le aziende con almeno 100 dipendenti l'obbligo di effettuare un'analisi della parità salariale, farla verificare da un organismo indipendente e informare il personale sui risultati. Una revisione che i sindacati avevano fin dall'inizio giudicato insufficiente, perché limitata alle grandi aziende, perché priva di organismi di controllo efficaci e soprattutto priva di meccanismi di sanzione in caso di mancato rispetto degli obblighi. Le critiche hanno trovato conferma nei fatti: già nel 2024, uno studio pubblicato da Travail.Suisse denunciava come la revisione non stesse producendo i risultati sperati, e lo scorso anno il bilancio intermedio dell'Ufficio federale per l’uguaglianza fra uomo e donna è giunto alle medesime, meste conclusioni. Il bilancio sottolineava che più della metà delle aziende non rispetta l'obbligo di eseguire un’analisi della parità salariale. Tra le ragioni individuate, figuravano la scarsa conoscenza della normativa, una limitata consapevolezza del problema e l'assenza di sanzioni. In questo contesto si inseriva l'iniziativa parlamentare a cui il Consiglio degli Stati ha deciso di non dare seguito. L'attuale normativa prevede infatti una clausola di scadenza: gli obblighi relativi alle analisi salariali cesseranno nel 2032. L'iniziativa dei Verdi chiedeva di eliminare questo limite temporale e di rendere permanente il sistema di controlli, a seguito della presa d’atto di una realtà di discriminazione salariale persistente a fronte della quale, la soppressione degli strumenti di verifica, appariva difficile da giustificare. A un giorno di distanza, non paga, la Camera Alta ha inoltre approvato la mozione del deputato PLR che chiede che nelle analisi della parità salariale vengano considerati esclusivamente criteri direttamente legati all'attività professionale, escludendo quindi le indennità (come per il lavoro a turni o di picchetto). Per il promotore della mozione, questi supplementi non dovrebbero influenzare le analisi della parità salariale, e il compito di garantire che in questo ambito non vi siano discriminazioni spetterebbe...alle aziende. Netta, a proposito di questa misura, la replica dell’Unione sindacale svizzera (USS): “un simile approccio apre la porta all’arbitrarietà e rappresenta un inaccettabile passo indietro. [...] La lotta contro la discriminazione salariale non può basarsi sull’autovalutazione dei datori di lavoro; richiede strumenti di analisi e controllo oggettivi e indipendenti”. Misure urgenti per un urgente problema Il risultato complessivo che ne risulta sembra quindi vantare tutti i tratti del paradossale: da un lato, il Parlamento rifiuta di garantire la continuità di controlli che, secondo gli stessi dati federali, risultano già oggi insufficienti e scarsamente rispettati. Dall'altro, mentre il Consiglio federale (proprio alla luce dei ri
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