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Intervista a Liliana Ferraro, magistrato

01/07/2026 · Article 🕐 🆕
di Mario Avagliano Un magistrato “di ferro”, si potrebbe dire pariodando il titolo di un famoso film di Pasquale Squitieri. E in effetti la salernitana Liliana Ferraro, 59 anni, ha speso gran parte della sua vita al servizio dello Stato e delle istituzioni, prima collaborando con il Generale Dalla Chiesa nella lotta al terrorismo, poi lavorando fianco a fianco con il Pool antimafia di Giovanni Falcone e di Paolo Borsellino nell’inchiesta che portò alla condanna dei boss di Cosa Nostra. Fu lei a fornire ai giudici siciliani i mezzi per combattere la mafia, fu lei a sovrintendere alla costruzione dell’aula bunker nel carcere dell’Ucciardone di Palermo. Dopo l’assassinio di Falcone, fu lei chiamata a sostituirlo alla Direzione Generale degli Affari Penali del Ministero di Grazia e Giustizia. Nel 2001 il sindaco di Roma Veltroni l’ha voluta nella sua giunta, come assessore alla sicurezza della capitale. Un incarico delicato che la Ferraro svolge con determinazione e con successo, come le è stato riconosciuto anche in occasione della recente visita del presidente americano Bush a Roma. L’infanzia e l’adolescenza hanno il profumo e il colore dei luoghi dove si è vissuti. Com’era la Salerno di Liliana Ferraro?Era una cittadina bellissima, dall’atmosfera gioiosa e amichevole, con un lungomare di grande fascino. Era anche una città sicura?All’epoca sì. Non c’erano problemi di criminalità. Salerno era tranquilla. Ricordo ancora i miei anni al Liceo Tasso e le passeggiate al corso con i miei cugini e le mie amichette. Tutti ricordi belli?Nel mio cuore c’è posto anche per il ricordo angoscioso dell’alluvione del 1954. Non potrò mai dimenticare il giorno che ho visto uscire un braccio dal fango...A 15 anni lei si trasferisce con la famiglia a Napoli e, dopo la maturità, si laurea in Giurisprudenza. All’Università di Napoli ho avuto la fortuna di avere come docente di diritto penale il professor Remo Pannain. E’ stato per me un incontro importante perché mi ha consentito di fare un percorso di studio a contatto con il mondo carcerario. Nel 1970 vince il concorso di magistratura e viene assegnata a Lodi. Come fu l’impatto con il profondo Nord?Non fu per niente facile. Ricordo il mio primo giorno in quei luoghi, quando arrivata alla stazione di Lodi, presi un taxi. Era una giornata in cui la nebbia si tagliava a fette. Dopo un po’ il tassista si fermò e disse: “Siamo arrivati”. “Arrivati dove?”, gli risposi. Il palazzo del Tribunale non si vedeva. A parte il clima, fu un salto non da poco per me. Trovai una mentalità diversa rispetto a quella del Sud, anche se poi mi ambientai bene, stabilendo un rapporto cordiale con gli avvocati, nel reciproco rispetto dei ruoli.Nel 1973 lei viene chiamata al Ministero di Grazia e Giustizia.In quegli anni cominciava il terrorismo, e anche nelle carceri si vivevano momenti difficili, caratterizzati da rivolte. Ricordo in particolare il periodo in cui ministro della Giustizia era un gentiluomo meridionale, Francesco Bonifacio, di Castellamare di Stabia. Entrammo subito in sintonia. Al Ministero conobbe e collaborò con il Generale Dalla Chiesa, che dirigeva il nucleo antiterrorismo.Iniziai a collaborare con Dalla Chiesa già da prima, quando il ministro lo incaricò di seguire gli istituti carcerari. All’epoca non era ancora generale. Io venivo dalla magistratura, lui dall’Arma dei carabinieri, eravamo di due mondi diversi. All’inizio, dal punto di vista umano, dovetti superare la sua rigidità caratteriale. Poi il nostro rapporto divenne costruttivo e anche amichevole. Lui si mostrò davvero affettuoso con me. Conoscevo la prima moglie, che purtroppo morì d’infarto, e più tardi mi presentò anche Emanuela, che sarebbe diventata la sua seconda moglie. Nel fortino del Ministero lei visse il periodo terribile della lotta del terrorismo.Il Paese si trovava in una situazione devastante. Nel giro di qualche anno le Brigate Rosse uccisero magistrati, poliziotti, giornalisti, agenti di polizia penitenziaria. Vivevamo in uno stato di angoscia, unito a una sorta di sgomento perché non sapevamo bene come reagire e quali fossero le forme più adeguate per combattere il terrorismo.Che cosa ricorda del sequestro Moro?Furono giorni tremendi. Eravamo al lavoro praticamente 24 ore su 24, per seguire la tragedia che si stava sviluppando. Il ministro Bonifacio era grande amico di Aldo Moro. L’ho visto soffrire molto. E’ stata una lezione di vita, di come a volte il dolore personale debba convivere con il senso del dovere e con la necessità di tutelare l’interesse generale. Bonifacio adottò la decisione di non trattare con le Brigate Rosse con una sofferenza incredibile.Nel 1983, dopo una parentesi al Corte di Cassazione, torna al Ministero e per lei si apre un altro fronte: quello della lotta alla mafia. L’anno prima Cosa Nostra aveva ucciso Dalla Chiesa. Ai primi di agosto fu ammazzato anche Chinnici. Allora il ministro Martinazzoli decise di dare il massimo sostegno agli uffici giudiziari di Palermo e io fui inv
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